Dissequestrate 3mila mascherine: mille in dono ad Onco-ematologia pediatrica

La finanza le aveva requisite alla sanitaria "Vito Fazzi". Il Riesame ha però accolto la richiesta della difesa, secondo la quale non c'è stato intento speculativo

LECCE – I giudici del Tribunale del riesame di Lecce hanno dato il via libera al dissequestro di 3mila mascherine monouso di tipo chirurgico, usate come dispositivi per la protezione dal Covid-19. L’accesso della guardia di finanza era avvenuto il 5 aprile scorso nella sanitaria “Vito Fazzi”, che si trova proprio accanto al muro di cinta dell’ospedale cittadino. Il reato ipotizzato dal pubblico ministero Massimiliano Carducci, il 501 bis, manovre speculative su merci: i finanzieri avevano contestato il fatto che le mascherine fossero rivendute a 5 euro al pezzo, con un ricarico del 410 per cento sul prezzo di acquisto, pari a 1,22 euro.

Di fatto, però, è stata accolta la richiesta formulata per conto della titolare, Manola Bisconti, dall’avvocato Vincenzo Magi, il quale ha eccepito come non si possano attribuire violazioni penali, poiché quei 3 mila dispositivi per la protezione individuale non si possono considerare di tale portata da costituire un serio pericolo per la situazione economica generale, comportando, quindi un rincaro sul mercato, anche solo locale. E ora, di quelle mascherine, 2mila ritorneranno nel negozio. Altre mille, invece, andranno in dono alla sezione di Onco-ematologia pediatrica. La titolare, infatti, ha voluto farne dono dopo aver preso contatto con l’associazione Un sorriso in più, fondata da genitori di bambini affetti da patologie.

L’articolo 501 bis fu introdotto dal decreto legge 704/1976 dopo la crisi energetica del 1973, per tutelare il sistema economico nazionale che a quel tempo era minacciato da crescenti fenomeni di accaparramento di beni di largo consumo, volti ad accrescere in modo ingiustificato i prezzi con un intento speculativo. Pene previste, da sei mesi a tre anni e multa da 516 euro a oltre 25mila euro.

Per l’avvocato Magi, la piccola attività e il numero sostanzialmente basso di mascherine poste in vendita, non  possono rappresentare un elemento di rischio tale da influenzare i comportamenti degli altri operatori del settore, arrivando quindi a un rincaro dei prezzi generalizzato o, comunque, diffuso (e il riferimento va a sentenze della Cassazione). E come a riprova, ha citato il fatto che in altri esercizi controllati dagli stessi finanzieri, i prezzi fossero più bassi.

Tantomeno, per il legale, si può attribuire a Manola Bisconti una volontà di compiere manovre speculative con effetti negativi sul mercato. Il suo unico scopo, insomma, ha motivato, era quello di determinare il prezzo di vendita di ogni mascherina in maniera remunerativa dei costi variabili (diretti), fissi (indiretti) e del premio di rischio di invenduto, usando come riferimento i dettami degli studi di settore.

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