Una frangia arrabbiata, un muro insormontabile: ma i mattoni non li mette la stampa

Gli striscioni apparsi la notte scorsa dimostrano quanta sia distorta la visione del giornalismo da parte di gruppi che potrebbero esercitare i diritti garantiti dalla democrazia per esprimere le proprie idee, ma che preferiscono sistemi inaccettabili. E allora non c'è rabbia o paura, ma delusione

Il rapporto fra la stampa e le fazioni più accese delle tifoserie non è mai stato cordiale. Siano gli ultras italiani o le firm inglesi, tutto il mondo è paese. L’intero plot di “Green Street”, pellicola del 2005 passata in italiano semplicemente con il titolo “Hooligans”, ruota attorno a quest’argomento.

Matt Buckner (Elijah Wood), per una serie di circostanze, entra a far parte dei sostenitori più caldi del West Ham United. Gradualmente risucchiato nelle "imprese" della Green Street Elite, si trasforma da pavido studente in leone da guerriglia urbana, guadagnando i galloni sul campo a suon di calci e pugni.

Nonostante tutto, quando alcuni suoi compagni delle battaglie negli stadi scoprono per caso che proviene da un’università di giornalismo e che è per giunta figlio di un cronista, l’emarginazione diviene immediata. Il guaio è che frangia calda della tifoseria e giornalismo sono emisferi che non potranno mai coesistere a priori. Lui è solo il prodotto di quell’altra parte di universo che tende a metterli alla berlina.

E’ chiaro che “Green Street” porta all’estremo ogni concetto, sia la violenza, sia il rapporto effettivo fra stampa e ultras (comunque mai veramente amichevole). Sembra però descrivere bene soprattutto l’idea di piccole fazioni che vivono in una bolla. Chiunque ne sia al di fuori è un potenziale nemico. 

Vorremmo partire da quest’ultimo concetto per raccontare quello che abbiamo vissuto oggi sulla nostra pelle. Che non è rabbia e nemmeno paura. E’ più che altro delusione. Come assistere a una partita persa per un clamoroso autogol. L’autogol, inutile dirlo, è di chi ha scelto un modo insensato per esprimere la propria insofferenza.

Ormai è chiaro. Ci possono essere momenti di tregua, ma, sottobanco, strisciante, permarrà (per sempre?) quella distanza, quasi una barriera insormontabile, rispetto a chi, avendo come unica “colpa” quella di lavorare in una redazione, riversa su di sé l’ingrato compito di tutto dire e nulla omettere. Una distanza che, ciclicamente, diventa rancore. Un arresto, un’inchiesta, e il livore sale a galla.

“Giornalisti... la voce di viale Otranto”. Uno slogan efficace, quasi da marketing, se si vuole analizzare il profilo semantico, ma, a ben guardare una concezione del tutto distorta. I giornalisti, siano di questa o di altre testate, non sono i portavoce di qualcuno, ma la voce di tutti. Una redazione è il luogo dove si esercita per definizione la democrazia. Assimilare una redazione alle istituzioni (concependo per giunta queste ultime, erroneamente, in senso negativo e non neutro, come si dovrebbe) è l’errore più grande che si possa commettere.

La porta di una redazione è sempre aperta verso chiunque abbia un’opinione da esprimere, una lamentela da presentare, ritenga di aver subito un torto. Chiunque sappia manifestare civilmente il proprio malcontento o anche solo un pensiero, è sempre accolto a braccia aperte. Civilmente, però, appunto. E qui pongo l’accento. Perché i toni civili e il rispetto sono la base di qualsiasi confronto.

Il problema, forse, è rappresentato da un nome e da una foto sulle pagine dei giornali, o magari da vicende legate ad altre inchieste in corso? Certo, non è mai piacevole pubblicare un nome o una foto, nemmeno quando si tratti del più abietto fra gli individui, magari uno stupratore, magari un politico corrotto. Non c’è appagamento personale in questo. C’è solo l’esigenza di raccontare.

E’ chiaro che, da questo punto di vista, ogni testata si regola come meglio crede. In questa redazione, però, fin dagli esordi ci siamo adeguati secondo un principio cardine: mai omettere nulla intenzionalmente. Ogni assenza che un lettore nota (sul nome di una persona o di una società) non è mai frutto di una scelta volontaria, ma può dipendere spesso e in maniera diretta della fonte e, di conseguenza, dalle difficoltà oggettive del cronista nello scavare a fondo. E poi, non siamo onniscienti, qualcosa può sfuggirci. In gergo lo chiamiamo “buco”.

Una cosa è certa. Abbiamo sempre trovato discutibile il metodo di elargire “favori”, decidendo arbitrariamente cosa pubblicare e cosa tralasciare (salvo che non vi siano motivi strettamente giuridici o d’opportunità: in rari casi un dettaglio può rischiare di compromettere l’esistenza fisica di una persona). 

Se così non fosse, sarebbe implicita una conseguenza: chiunque si sentirebbe in diritto di chiedere la rimozione di un articolo che lo riguardasse, persino ben prima dei termini per esercitare il diritto all'oblio. “Perché a lui sì e a me no?”. E addio libertà di stampa e diritto di cronaca.

La stampa deve rappresentare i fatti, tutti, sotto una luce obiettiva. Ci hanno insegnato a non assumere mai una posizione (né pro, né contro), fosse anche solo in modo sottinteso. Non spetta a nessuno di noi – nell’esercizio della professione - stabilire l’effettiva scala di gravità di un fatto. In privato, poi, ognuno si forma un’idea su ogni singolo episodio di cronaca, che è basata su valori e percezioni del tutto soggettivi. Di certo, la mancata pubblicazione di un dato potrebbe essere interpretata come la volontà di esprimere un giudizio di merito. E questo, nel giornalismo come lo interpretiamo noi, specialmente nella cronaca nera, si dovrebbe sempre evitare.

Piuttosto, siamo sempre disponibili a consentire a chiunque di replicare in sua difesa. Di più. E’ un diritto che esortiamo a esercitare. Questa è la nostra linea editoriale, coerente fin dagli esordi. Chi dice di non saperlo, o mente, o era assente alle puntate precedenti. E così, si preferisce la violenza, fosse anche "solo" verbale. Ma chi affronta le vita con aggressività, è sconfitto in partenza. E nessuno, mai, sarà più disposto ad ascoltare le sue ragioni. 

Ovviamente, non siamo nati ieri: sappiamo che la barriera rimarrà sempre alta. Ma di certo non contribuiremo noi a mettere i mattoni e questo vorrei che si capisse molto bene. Ognuno, poi, si costruisca il muro che preferisce e lo faccia quanto più alto gli aggradi. Alla fine, rimarrà solo, chiuso nel suo mondo, in un vicolo cieco creato con le proprie mani. 

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Continueremo a fare il nostro lavoro, come sempre. Non siamo arsi dalla sete di vendetta, non useremo il giornale come arma per demolire chicchessia. Proseguiremo trattando ogni argomento con la stessa sobrietà e imparzialità. Se ci saranno condanne, lo scriveremo, se ci saranno assoluzioni, idem.

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