Operazione “Final Blow”, gli imprenditori leccesi “vicini” al clan Pepe

Gli amministratori di due società sono indagati per concorso esterno in associazione mafiosa. Solo uno di loro è finito in carcere, ma con l’accusa di essersi rifornito di ingenti quantitativi di cocaina da spacciare

LECCE - Non solo traffici di droga, estorsioni e controllo delle attività da parte dei clan, ma anche un’imprenditoria che strizza gli occhi alla criminalità organizzata per poi camminarci a braccetto. Si legge questo nella corposa ordinanza di custodia cautelare scritta dal giudice Simona Panzera, nata dalle carte dell’inchiesta “Final Blow” che altro non è che lo specchio del volto grigio della città di Lecce e della sua provincia.

Sono due gli imprenditori leccesi indagati per concorso esterno in associazione mafiosa: Antonio Riezzo, 50 anni, amministratore unico della società “Impresa Costruzioni Elettroniche – I.Co.El. srl” (con sede a Lecce), che si occupa della progettazione, costruzione, manutenzione e restauro di edifici civili e industriali, e  Ruggero Perrotta, 45 anni, residente a Melendugno, soprannominato “avvocato”, amministratore unico della “Perrotta &Partners srl semplificata uni personale” (con sede a Lecce), impegnata in servizi di consulenza imprenditoriale, amministrativo-gestionale, aziendale, finanziaria e marketing. Per entrambi, il giudice ha ritenuto che non ci fossero gravi indizi di colpevolezza a sostenere una misura cautelare, disposta in carcere solo per il secondo, ma per episodi legati a trattative e forniture di cocaina documentati nell'estate del 2018.

Secondo il gip, infatti, dalle conversazioni emerge la consapevolezza che Perrotta fosse a conoscenza delle dinamiche criminali del sodalizio e ne agevolasse i traffici illeciti, come quando avrebbe richiesto un chilo di cocaina da piazzare in Lombardia. Parlando con Stefano Monaco, il 29enne di Lecce ritenuto tra i personaggi più operativi del clan Pepe, al quale si rivolge con l’appellativo di ”amore mio”, afferma: “Voi rappresentate Lecce” e ancora “io là ho bisogno di persone che mi stanno vicino… però questi sono della vecchia scuola… mi stai capendo… io non ne voglio vecchia scuola… io voglio essere considerato della cosu… però voglio avere a che fare con chi è adesso… adesso chi c’è… Cristian? Marco? Io a loro devo dare..giusto?... a Totti… a tuo zio… a quello non agli altri… solo non posso andare”, e ancora “ho due persone… uno è calabrese e uno è foggiano… che hanno in mano tutta la Brianza”, “mi hanno chiesto l’erba, mi hanno chiesto il fumo”, “noi se è ci organizziamo, andiamo e ci prendiamo le cose, i cantieri, gli appalti, le strade, perché la se gli fai bah si spaventano per il fatto che lo zio è stato carcerato, quando andiamo noi, viene un contatto suo, gli dico cosa dobbiamo fare”. Oltre ad avere contatti con Monaco per approvvigionamenti di droga, Perrotta avrebbe favorito anche l’assunzione nella sua società di un uomo considerato dagli inquirenti tra gli affiliati del clan e finito in carcere per traffico e spaccio di sostanze stupefacenti nell’ambito della stessa inchiesta: a partire dal dicembre del 2017, quella di Maurizio Greco, detto “Belva”,  53 anni di Lecce, sottoposto in quel periodo alla misura dell’affidamento in prova.

Come anticipato, secondo il giudice non sussistono gravi indizi di colpevolezza nei confronti di Perrotta, in merito al reato di concorso esterno in associazione mafiosa, “poiché l’indagato non rende servizio a beneficio del sodalizio ma manifesta il proposito di aderirvi, a dimostrazione dell’assenza di una sua attuale partecipazione”.

Stando alle indagini, condotte dal procuratore aggiunto Gugliemo Cataldi e dal sostituto Valeria Farina Valaori con gli uomini della squadra mobile di Lecce, anche Riezzo sarebbe stato a conoscenza delle dinamiche del sodalizio, avrebbe messo a disposizione le sue armi detenute legalmente per esercitazioni al poligono, e assunto Salvatore Bruno, 53enne residente a San Foca (marina di Melendugno) e,  fittiziamente, Antonio Leto, 30enne di Caprarica, anche questi finiti nel blitz di dieci giorni fa. Proprio da alcuni colloqui captati emerge che il secondo, assunto nel maggio del 2018, avrebbe dovuto restituirgli lo stipendio e sarebbe stato indottrinato dallo stesso Riezzo su cosa dichiarare in caso di controlli, così da giustificare la sua assenza dai cantieri: “Devi dire che praticamente mi fai da autista a me… io praticamente sto sempre con il titolare”. E ancora, l’imprenditore, in un’altra intercettazione, sottolinea il vantaggio ottenuto grazie all’assunzione di Bruno: “Prima mi rubavano tutto… da quando ho assunto lui compà, potevi lasciare anche il camion pieno di attrezzi… non toccava niente nessuno… se no… così ti avrei assunto… per la bella faccia che hai?”.

Il giudice Panzera ha respinto la richiesta di misura cautelare per concorso esterno nei riguardi dell’imprenditore, ritenendo che da un lato manchi la prova della reciprocità dei vantaggi necessaria per confermare una condotta “collusiva” e dall’altro, che non abbia rilievo la posizione di Bruno per il quale è stata esclusa la gravità indiziaria in riferimento all’associazione mafiosa.

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