Auto acquistate con “Spot&Go”, scatta l’inchiesta: s’indaga per truffa

La denuncia di numerosi automobilisti che avevano aderito al progetto dell’auto “a costo zero” ha determinato l’apertura del fascicolo

LECCE - Avevano ingranato la marcia e raggiunto il Palazzo di giustizia per denunciare chi li avrebbe abbagliati e ingannati: "Pubblicamente srl", in merito al progetto "Spot&Go" che garantiva di diventare proprietari di un’auto a "costo zero" o fortemente ridotto. Ed è così che, proprio in seguito alla denuncia di numerosi automobilisti, la magistratura salentina ha puntato i riflettori sulla società di Racale con l’apertura di un’inchiesta in cui si ipotizzano i reati di truffa e sostituzione di persona, e che vede indagato, in concorso con altri, il legale rappresentante.

Le indagini, sulle quali vige il più assoluto riserbo, serviranno a fare chiarezza sulla veridicità delle anomalie segnalate, come quella dell’improvviso e mancato versamento delle rate mensili previste in cambio di pubblicità sulle fiancate dell’auto e sui social.

Sono più di settanta le persone che nelle scorse settimane avevano chiesto aiuto all’avvocato Francesca Conte che, dopo aver ascoltato le loro storie, armata di carta e penna, aveva scritto una lettera per sollecitare la società ad adempiere e risarcire i danni dei suoi assistiti. Il mancato accordo tra le parti, aveva poi portato il legale a interpellare la Procura.

L’iscrizione sul registro degli indagati non equivale a una sentenza di condanna, perché come anticipato le accuse andranno verificate attraverso indagini appena iniziate e che inevitabilmente prenderanno in considerazione proprio i contratti stipulati. Per la società, infatti, la decisione di sospendere il contributo ad alcuni utenti risiede nella “condotta contrattuale non conforme agli obblighi assunti”.

Certo è che si apre per “Pubblicamente” un nuovo capitolo con la giustizia, stavolta penale, dopo la battaglia aperta in sede amministrativa (sempre in merito a “Spot&Go”) segnata dalla recente decisione del Tar di respingere la richiesta (avanzata in via incidentale) di sospendere la multa di 200mila euro per pratiche commerciali ingannevoli.

Pratiche commerciali ingannevoli, resta la multa di 200mila euro

Il claim “incriminato” su Spot&Go è stato rimosso, ma Pubblicamente non ha ottenuto la sospensione del provvedimento con il quale lo scorso novembre l'Agcm (Autorità garante della concorrenza e del mercato) le aveva inflitto la multa di 200mila euro per pratiche commerciali ingannevoli, a conclusione della procedura avviata dopo l’esposto presentato da Aeci (Associazione europea dei consumatori indipendenti).

Lo ha deciso nei giorni scorsi la prima sezione del Tar del Lazio, dinanzi al quale la società aveva presentato ricorso, in via incidentale. Per il collegio giudicante (composto dal presidente Antonino Savo Amodio e dai consiglieri Ivo Correale e Laura Marzano, estensore) non emergono profili di illegittimità del provvedimento con il quale il Garante aveva valutato che “la condotta posta in essere da Pubblicamente, concernente la promozione sul proprio sito web dell’offerta commerciale Spot&Go, integra una pratica commerciale scorretta e ingannevole in violazione degli articoli 20, 21 e 22 del Codice del Consumo per via del mancato assolvimento dell’onere di chiarezza e completezza informativa, nonché idonea a indurre in errore i consumatori sotto il profilo dell’effettiva natura e convenienza dell’offerta reclamizzata”.

I giudici amministrativi hanno inoltre ritenuto che “al paventato pregiudizio di natura meramente patrimoniale si può ovviare con la richiesta di rateizzazione della sanzione, non sussistendo i presupposti per la concessione di una cauzione, in quanto, nel bilanciamento degli intessi coinvolti, prevalgono quelli del consumatore a una immediata e adeguata conoscenza della proposta contrattuale” e che “il lamentato danno all’immagine apoditticamente richiamato, può essere considerato reversibile in caso di eventuale esito del giudizio favorevole alla ricorrente  e che l’attività di impresa della ricorrente non risulta inibita in sé dal provvedimento impugnato, se proseguita con modalità non in contrasto con quanto rilevato dall’Agcm”.

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