Truffa e falso: arriva la condanna per il titolare di un’agenzia pubblicitaria

Due anni e quattro mesi la pena inflitta a Remigio Garrafa, accusato di aver raggirato due dipendenti e il padre di una di queste

LECCE - Le propose di diventare sua socia con la promessa che insieme avrebbero fatto grandi cose. Ma quello sarebbe stato solo il passo verso una voragine fatta di debiti che di lì a breve avrebbe inghiottito solo lei, una giovane leccese alla prima esperienza lavorativa, insieme a tutta la sua famiglia. Lui, invece, Remigio Garrafa, 46 anni, originario di Bari, ma residente a Ruffano, nelle vesti di titolare della ditta “Publimark”, con sede a Lecce, impegnata nella vendita di spazi pubblicitari ne sarebbe uscito indenne. Ma non per sempre.

A distanza di sette anni dai fatti, anni che hanno visto Garrafa coinvolto anche in altre vicende giudiziarie, ieri, è arrivata la sua condanna per truffa e falso a due anni e quattro mesi di reclusione, più 1.050 euro di multa. La sentenza è stata emessa dal giudice della prima sezione penale del Tribunale di Lecce Michele Guarini nel processo scaturito dall’inchiesta coordinata dal sostituto procuratore Paola Guglielmi che aprì il fascicolo dopo la denuncia sporta dalla malcapitata, attraverso l’avvocato difensore Michele Reale.

Nel decreto con cui il magistrato, nel 2012, disposte la citazione diretta a giudizio dell’imputato, c’era anche il presunto complice: Fabio Persano, 51 anni, originario di Lecce, residente a San Donato, titolare di una concessionaria d’auto nel capoluogo, accusato di ricettazione per aver ricevuto titoli (effetti cambiari e assegni) di provenienza illecita, poiché ritenuti frutto di furti, truffe o raggiri. La sua posizione però fu stralciata per difetti di notifica e il processo nei suoi riguardi è ancora in corso.

GARRAFA REMIGIO-2Quanto a Garrafa, stando all’accusa, approfittando del suo ruolo, avrebbe tenuto in pugno la sprovveduta dipendente usando l’arma del “se fai come ti dico diventerai mia socia”. Una promessa che non solo non avrebbe mai mantenuto, ma che gli sarebbe servita ad aprire conti presso la Unicredit e la filiale di Lecce della Banca Popolare di Novara, e per spingerla a firmare in bianco diversi assegni e due cambiali che poi lo stesso avrebbe compilato con gli importi di 1.250 e mille euro per pagare debiti.

Oltre alla ragazza, nei guai sarebbe finito anche suo padre, rispetto al quale il 46enne avrebbe falsificato la firma su sei cambiali per complessivi 4.500 euro che poi, anche in questo caso, avrebbe consegnato ai suoi creditori. Entrambi erano in aula come parti civili (con l’avvocato Reale) e con loro, anche un’altra dipendente (assistita dall’avvocato Carlo Caracuta), alla quale il titolare avrebbe sottratto dalla borsa due carnet di assegni della Banca Unicredit di Muro Leccese, che avrebbe compilato e messo in circolazione inserendo somme per complessivi 5.270 euro, falsificando la sua firma. Lo stesso avrebbe fatto su quattro cambiali, dall’importo di mille euro ciascuna, mettendo il suo nome quale creditore così da portele riscuotere.

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Nella sentenza (le motivazioni saranno rese note entro 90 giorni) il giudice Guarini ha imposto che le tre presunte vittime vengano risarcite in sede civile. Garrafa era difeso dall’avvocato Benedetto Scippa.

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