Giovedì, 29 Luglio 2021
Cronaca

Uranio impoverito, in un documento del 2001 l’allarme degli artificieri

Pubblicato sul sito di Lecce Bene Comune un documento con cui i tecnici del deposito di Bibbona associarono il metallo pesante a munizioni rientrate dalla Somalia. Le stesse che sarebbero poi finite nel poligono di Torre Veneri

@TM News/Infophoto

LECCE – In una richiesta protocollata nel gennaio 2001 al loro diretto superiore, gli artificieri del deposito “Casermette” a Bibbona, provincia di Livorno, chiesero  di sollecitare un intervento alla locale azienda sanitaria per effettuare misurazioni sulla quantità di fibra rilasciata dal controsoffitto e dal tetto in amianto dei locali nel quale trascorsero varie ore per il trattamento di munizioni e materiale non esplosivo rientrato in Italia da operazione in aree a rischio, tra cui la Somalia. Il documento è riportato come autentico sul sito di Lecce Bene Comune, l'associazione che da settimane si sta occupando del poligono militare di Torre Veneri, a Frigole.

Cosa ha a che vedere questo con il territorio salentino? La risposta sta nel tipo di colpi completi APFSDS-T DM 33 - mentre il codice identificativo del lotto è reso irriconoscibile, come i nomi dei firmatari - che viene definito dagli scriventi all’uranio impoverito. La sigla, acronimo inglese di “proiettile perforante, stabilizzato da alette, ad abbandono d’involucro” , ricompare, nella relazione conclusiva, datata 9 gennaio di quest’anno, sull’attività della commissione parlamentare d’inchiesta sull’uranio impoverito che passa in rassegna la situazione dei poligoni italiani a rischio e che identifica quel lotto come fabbricato in Israele nel 1985.

La storia di quei proiettili si intreccia con quella dell'esercito italiano quando vennero acquistati e successivamente impiegati, nel 1993, proprio in Somalia, dai blindati italiani “Centauro”. Un quotidiano nazionale - Il Tempo - trattò molto dettagliatamente la materia, avanzando l’ipotesi che si trattasse di un lotto all’uranio impoverito, e fioccarono le interrogazioni parlamentari quando i materiali bellici rientrarono in Italia per il cosiddetto “ricondizionamento” nei depositi militarim nel 2001.

Il ministro della Difesa, Sergio Mattarella, confermò l’origine, l’utilizzo nel paese africano e il rientro in Italia di quei proiettili, ma precisò che contenevano lega di tungsteno e non altro. Adesso, dal sito di Lecce Bene Comune, che si sta occupando intensamente della questione, spunta quel documento che asserisce la presenza di uranio impoverito.

La struttura di Torre Veneri è al centro dell’attenzione perché nel corso del tempo non stati fugati tutti i dubbi rispetto all’utilizzo dell’uranio impoverito e di altri metalli pesanti e altamente tossici. La relazione finale della commissione parlamentare ha escluso che ci sia stato utilizzo di uranio, ma ha certificato una situazione di assoluta emergenza ambientale per la mancata bonifica dei fondali marini e del terreno. Qualche giorno addietro la procura di Lecce ha aperto un fascicolo contro ignoti, in attesa di stabilire le ipotesi di reato che saranno formulate solo dopo un attento esame della relazione stessa.

Per favorire un intervento urgente di bonifica dei luoghi, il gruppo consiliare di Lecce Bene Comune ha intanto chiesto la moratoria delle esercitazioni. Ma questa è una prospettiva che non convince affatto il responsabile della Scuola di cavalleria di Lecce, generale Flaviano Godio, che ha spiegato in un’intervista che sospendere le attività del poligono potrebbe portare alla chiusura della scuola, con conseguenti ricadute sull’occupazione e l’indotto per diversi milioni di euro.

Una posizione, quella dell’alto ufficiale, che secondo Carlo Salvemini, capogruppo di LBC, “significa che il braccio di ferro è iniziato, che i cittadini che chiedono tutela della salute, salvaguardia ambientale, rispetto del paesaggio sono percepiti come una minaccia. Bene: noi siamo pronti”. Tre militari che in passato hanno prestato servizio anche a Torre Veneri hanno successivamente contratto patologie tumorali.

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