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Legambiente: “Contro le trivelle fondamentale il protagonismo dei territori”

Lo sottolinea con convinzione l'associazione ambientalista intervenendo, nella conferenza internazionale delle regioni adriatiche e ioniche, sul tema nodale della salvaguardia delle coste dall'estrazione di idrocarburi in mare

Repertorio

“Come abbiamo dimostrato più volte, con dati alla mano, il nostro territorio non potrà mai essere un grande produttore di petrolio, considerate le scarse quantità presenti. La conferenza internazionale delle regioni di oggi apre uno spiraglio a quella riflessione da tempo auspicata che permette di confrontarsi su un tema così delicato. Rappresenta un momento importante per dare avvio a un percorso che tenga conto delle necessità di una regione come la nostra potenzialmente esposta ai numerosi rischi che deriverebbero promuovendo campagne di estrazione degli idrocarburi”.

Si è espresso così il presidente di Legambiente Puglia Francesco Tarantini, a margine della  Conferenza internazionale delle regioni adriatiche e ioniche, tenutasi oggi, a Venezia, sulla salvaguardia delle coste del mare Mediterraneo dall’estrazione di idrocarburi in mare: “Se continuiamo sulla strada del confronto costante – ha evidenziato - con le istituzioni avremo la possibilità di dimostrare che non possiamo sostenere la scelta del petrolio in Puglia e sicuramente i risultati che verranno fuori da questo dialogo saranno di gran lunga migliori rispetto a una sterile protesta”.

Nell’appuntamento è stato ribadito l’impegno a opporsi con ogni atto necessario alla ricerca e all’estrazione di idrocarburi liquidi nel mar Adriatico e più in generale nel Mediterraneo. Contrariamente a quanto previsto dalla strategia energetica nazionale in discussione in queste settimane, che riapre con forza la strada alla ricerca e l’estrazione di idrocarburi in Italia, ponendo per il contributo dell’estrazione dal mare e da terra un obiettivo di crescita dal 7 al 14% del fabbisogno energetico.

Una scelta assolutamente insensata, secondo Legambiente, anche perché le ultime stime del ministero dello Sviluppo economico valutano nei fondali marini la presenza di 10,3 milioni di tonnellate di petrolio di riserve certe, che stando ai consumi attuali, coprirebbero il fabbisogno nazionale per sole 7 settimane. Non solo: anche attingendo al petrolio presente nel sottosuolo, concentrato soprattutto in Basilicata, il totale delle riserve certe nel Paese verrebbe consumato in appena 13 mesi. Il settore, insomma, è destinato a esaurirsi in pochi anni.

Ciò nonostante l’impegno a snellire le procedure e facilitare l’approvazione di nuovi permessi di ricerca o di coltivazione a partire dal mare italiano è già in campo, come dimostra la pericolosa falla aperta nella rete di protezione delle coste italiane dai rischi di incidente da estrazione petrolifera dall’articolo 35 del decreto Sviluppo (decreto legge n.83 del 22 giugno 2012). Un provvedimento che da una parte aumenta a 12 miglia la fascia di divieto ma solo per le nuove richieste di estrazione di petrolio in mare e dall’altra fa ripartire tutti i procedimenti autorizzatori per la prospezione, ricerca ed estrazione di petrolio che erano stati bloccati dal dlgs 128/2010, approvato dopo l’incidente alla piattaforma Deepwater Horizon nel golfo del Messico nell’aprile del 2010.

Così il mare italiano potrebbe ritrovarsi con 70 nuove piattaforme di estrazione di petrolio, che si sommerebbero alle 9 già attive per un totale di 29.700 kmq di mare. Nel 2011 in Italia sono stati estratti 5,3 milioni di tonnellate di petrolio, di cui 640mila tonnellate dai fondali marini dalle nove piattaforme marine di estrazione petrolifera attive. L’Adriatico, in particolare quello centro meridionale, è tra i mari più a rischio. Attualmente, infatti, circa la metà del petrolio estratto proviene da qui e i permessi di ricerca già rilasciati sono 7 e si estendono su un area marina di circa 2.768 kmq.

Nel prossimo futuro si aggiungeranno le 14 istanze di ricerca presentate, e in approvazione, dalle società petrolifere. Anche lo Ionio, protetto fino allo scorso anno da ogni attività petrolifera, è interessato oggi da 7 richieste per la ricerca di petrolio per un totale di 3942 kmq, dopo che il recepimento delle direttive europee sulla tutela penale dell’ambiente e sull’inquinamento delle navi a luglio 2011 ha riaperto alle trivelle l’area del Golfo di Taranto.

 

 

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