Nardò

Nardò: dietro il maquillage, la piaga del ghetto e dei caporali

Cgil e Flai Cgil Lecce intervengono sull'annoso dramma dei lavoratori stagionali: "Ci auguriamo che questo sia l'ultimo anno gestito come un'emergenza"

Foto di archivio

LECCE – I segretari di Cgil e della categoria Flai tracciano un primo bilancio, poco edificante, della nuova stagione di raccolta delle angurie e pomodori a Nardò, località tristemente nota per l’impiego di braccianti (immigrati e non) costretti a lavorare in condizioni di estremo disagio e sotto lo scacco dei caporali.  “Lo si era capito da tempo - esordiscono i due segretari Valentina Fragassi e Antonio Gagliardi - : esaltare l’arrivo di altre tende per i braccianti stranieri nel campo Arene-Serrazze o la presenza di docce dentro dei container, non è che una fine strategia per restituire a Nardò un’immagine, da tempo intaccata, di città dell’accoglienza”.

“Così come si è capito da tempo che l’ordinanza sindacale di vietare, dalle 12 alle 16, le attività di raccolta nei campi in agro di Nardò, nonostante la bontà dell’intenzione, risulta poco più di un’operazione di maquillage”, proseguono i due. L’ordinanza infatti, a loro dire, non sconfigge la piaga dello sfruttamento del lavoro: “Durante i nostri sopraluoghi abbiamo spesso individuato, tra le ore 13 e le ore 14 (anche di domenica), braccianti impegnati a raccogliere angurie e pomodori. Facilmente poi le aziende aggirano l’ordinanza: basti notare che quasi tutti i lavoratori che soggiornano ad Arene-Serrazze sono impiegati in agri diversi da quello di Nardò”. E poi, con quali contratti lavorano? Con quali diritti e tutele? Con quali paghe e sistema di reclutamento? “Sarebbe necessaria – spiegano-  un’ordinanza sindacale per obbligare le aziende agricole a reperire la manodopera dalle apposite liste di prenotazione dei Centri per l’impiego e per combattere il lavoro nero e i caporali”.

Dietro il “maquillage” c’è poi una verità che, come ogni anno, emerge: “Nei campi di Nardò c’è un ghetto che risponde al nome di “ex-falegnameria”, distante solo duecento metri dal campo attrezzato con le tende ministeriali e i container Arene - Serrazze, e che ospita (in condizioni indegne per un essere umano) 150/200 braccianti piegati al sistema del caporalato. Una realtà che grida vergogna e che lascia increduli”. Quest’anno nel suddetto campo, grazie anche all’aiuto della Regione Puglia, è stato soltanto incrementato il numero di brande dove i braccianti possono riposare dalle fatiche indicibili che sopportano nei campi di raccolta. Un riposo difficile se poi l’area delle tende continua a essere sprovvista di ombreggiatura.

“Un salto di qualità importante, sicuramente, è la presenza di uno sportello sanitario che riprende il modello sperimentato anni fa a Masseria Boncuri – si legge ancora nel comunicato a firma congiunta -. Un’occasione perduta, invece, sono le azioni previste dal protocollo sperimentale nazionale contro lo sfruttamento e il lavoro nero che la Regione Puglia non ha messo in atto con un accordo quadro, pur essendo essa stessa firmataria del protocollo”. Un’occasione persa anche per coinvolgere tutti quei Comuni del Nord Salento in cui le attività agricole non sono per nulla avulsi dal fenomeno del caporalato e dello sfruttamento illecito di manodopera agricola, straniera e locale.

“Non si perde occasione per esaltare il sistema di accoglienza dell’accampamento Arene-Serrazze, ma nessuno si avventura a parlare dell’ex-falegnameria, una realtà paragonabile al ghetto-vergogna di Rignano Garganico – proseguono i due sindacalisti -. Un piccolo mondo fatto di gerarchie dispotiche, dove anche lo sfruttamento della prostituzione è in mano ai caporali. Almeno 150 lavoratori sono in quell’area, ma altrettanti sono sparsi nei casolari disseminati nelle campagne: centinaia di persone che devono fare i conti ogni giorno con i loro aguzzini, non solo per lavorare, ma anche per mangiare e bere qualcosa. I caporali gestiscono infatti i cosiddetti ristoranti: mattatoi a cielo aperto, senza nessuna misura igienica. I caporali affittano i posti-letto: un materasso lercio da sistemare sulla nuda terra, sotto un albero di ulivo, se non si è riusciti a costruire una baracca con cartoni, cellophane e pezzi di legno raccattati qua e la”. Il modello di accoglienza di Nardò resta un modello che, a loro dire, si sviluppa in “emergenza, che afferma e normalizza la presenza di campi di accoglienza e che ghettizza invece di includere”. “Non vi è dubbio che rispetto a qualche anno fa le condizioni generali siano migliorate - aggiungono- ;ma fino a quando i lavoratori non saranno strappati al giogo dei caporali e delle aziende agricole che li utilizzano per i loro scopi di arricchimento incondizionato, nessuna tenda, nessun container con le docce, nessun serbatoio di acqua potabile potrà restituire dignità, umana e lavorativa, a questi cittadini del mondo”.

La piaga del caporalato e dello sfruttamento del lavoro non si sconfigge con iniziative isolate: secondo le organizzazioni sindacali serve “un’azione sistemica che guarda al problema in modo complessivo, dove la questione dell’accoglienza non esclude l’aspetto lavorative e viceversa. Serve un progetto che punti a integrare i braccianti nel tessuto sociale del Comune attraverso, ad esempio, forme di agevolazioni fiscali per i proprietari di case sfitte in città”. “In attesa che venga approvata quanto prima la legge contro il lavoro nero e il caporalato, che sanziona le aziende che vi ricorrono, ci auguriamo che questo, nel Salento, sia l’ultimo anno gestito come un’emergenza. Auspichiamo che da settembre si cominci finalmente a costruire un percorso ragionevole, fatto di azioni concrete per ottenere un cambiamento e di servizi dati non come concessioni ma come diritti, a persone che lavorano”, concludono i due segretari.

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