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Mercoledì, 29 Maggio 2024
Questione dibattuta

Assistenza post parto, ammesse in reparto solo donne: la precisazione di Asl

L'azienda sanitaria richiama da una parte la prassi della flessibilità nelle ore diurne, dall'altra conferma la scelta per quelle notturne di non ammettere caregiver uomini, riferendola in parte alla sensibilità di alcune donne per motivi sociali, religiosi e culturali

LECCE - Asl Lecce è intervenuta sulla questione dell'assistenza post parto nel reparto di Ostetricia e Ginecologia, raccontata ieri dalla prospettiva di un neo padre rammaricato del fatto che sia consentito l'ingresso solo a caregiver di sesso femminile. Per tutti gli altri, partner compresi, resta un'ora di tempo nella finestra delle visite, dalle 18 alle 19.

La nota dell'azienda sanitaria, che riportiamo per intero, precisa che “al di là delle disposizioni scritte, riguardanti gli orari di accesso degli assistenti nel reparto di Ostetricia e Ginecologia del Vito Fazzi di Lecce, c'è molta elasticità da parte di tutto il personale. Pertanto, eccetto che durante la terapia e il giro visita, l'ingresso nel reparto di degenza è alquanto libero (ovviamente sempre nel rispetto di un visitatore per degente). Ovviamente, nelle ore notturne, anche per garantire riservatezza alle degenti, si preferisce far accedere solo assistenti donne. Questo anche in considerazione del fatto che sempre più frequentemente accedono pazienti che per motivi culturali, religiosi, sociali, sono contrarie alla presenza maschile, anche nelle ore notturne”.

Nella precisazione, dunque, la scelta della limitazione viene confermata, motivandola, almeno in parte, con la sensibilità di alcune donne per le quali, per vari motivi, la presenza maschile anche nelle ore notturne è occasione di disagio (ma perché solo in alcuni ospedali e in altri no, viene da chiedersi).

A marzo una diffida: “Ripristinare un’assistenza completa”

Il tema, nelle sue articolazioni, comunque resta. Non riguarda solo l'ospedale di Lecce, questo va ripetuto, ma è altrettanto vero che in altre strutture in tutto il Paese sono state approntate, e già prima della pandemia, procedure e regole che garantiscono la libertà di accesso al caregiver, indipendentemente dal sesso (anche perché non è detto che una paziente abbia la disponibilità di una familiare - una madre, una sorella - vuoi per ragioni di distanza, vuoi per i tanti casi della vita).

Prova ne sia il fatto che all'inizio di marzo, l'avvocato Valentina Starinieri, per conto di alcuni gestanti e relativi parner, tutti soci dell'associazione di promozione sociale Salvagente, aveva inviato una diffida al direttore sanitario del “Vito Fazzi” (e per conoscenza al presidente della Regione, ente che ha la competenza in materia di sanità, e al responsabile dell'area Salute) per il “ripristino completa assistenza gestanti e partorienti”. Nella comunicazione erano richiamati alcuni documenti significativi, a partire dalla raccomandazione dell'Istituto Superiore di Sanità (numero 2 del 2021) che recita: “A tutte le donne deve essere garantita la presenza di una persona di propria scelta per tutta la durata del travaglio, del parto e durante la degenza a sostegno di una migliore esperienza della nascita documentata da evidenze. Tale persona assume a tutti gli effetti ruolo di accompagnatore-curante (caregiver) e non di visitatore”.

E se per il contesto emergenziale si ammetteva pacificamente la possibilità di limitazioni come l'uso dei dispositivi di protezione individuale o il divieto di accesso a persone non vaccinate, una volta dichiarata cessata l'emergenza non si ritengono più concepibili restrizioni di sorta a quella che è considerata una sfera del diritto alla salute della donna, sia dal punto di vista fisico sia da quello emotivo.

Un altro riferimento documentale indicato in diffida è la presa di posizione delle società scientifiche dell'area perinatale (compresa quella dei ginecologi e ostetrici) e delle federazioni professionali sanitarie (disponibile a questo link) e, infine, viene richiamata anche la direttiva regionale del 23 febbraio scorso nella quale si prevede che sia sempre “consentito l’accesso e la permanenza dei caregiver nelle strutture sanitarie, ospedaliere e territoriali, pubbliche e private accreditate, in particolare per l’assistenza ai pazienti anziani, alle donne in gravidanza nonché per i pazienti non autosufficienti e in condizione di fragilità”. Insomma, non è stata una singola segnalazione ad aver inventato un problema.

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