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Immagine emblematica: finanzieri a Palazzo Carafa.

Immagine emblematica: finanzieri a Palazzo Carafa.

Botte all’inquilino che denunciò gli abusi, Pinto: “Nessuna violenza”

Interrogatorio oggi anche del terzo indagato, accusato di aver preso a pugni l’uomo che con il suo racconto ha dato il via all’inchiesta sugli alloggi

LECCE - Non ci fu alcun pestaggio e non fu utilizzata alcuna arma nei riguardi dell’uomo che ebbe il coraggio di denunciare il sistema di abusi sull’assegnazione delle case popolari a Lecce. E’ quanto si è limitato a dire questa mattina, durante l’interrogatorio di garanzia, Nicola Pinto, il 31enne leccese che il 9 giugno del 2015, insieme a Umberto Nicoletti, di 41 anni, (condannato in via definitiva per aver fatto parte della Sacra Corona Unita) e Andrea Santoro, di 27, anche questi di Lecce, ed ad altre due persone non identificate, avrebbe teso un vero e proprio “agguato” alla presunta vittima per “convincerlo” a ritirare la denuncia. Per l’accusa, proprio in seguito alle perquisizioni svolte poco prima dalla Guardia di finanza a Palazzo Carafa, il malcapitato fu invitato da Nicoletti (che conosceva per averci lavorato insieme in una ditta di traslochi) con un messaggio whatsapp, a presentarsi nella villetta a Giorgilorio (frazione di Surbo) del padre Giuseppe, noto pregiudicato.

All’appuntamento, quel pomeriggio, Pinto  si sarebbe presentato armato. Circostanza questa, come pure quella di aver preso a pugni in faccia la vittima, negata dal 31enne che tuttavia non ha aggiunto altro davanti al giudice Giovanni Gallo. Assistito dagli avvocati Giuseppe De Luca e Viviana Labbruzzo, si è avvalso della facoltà di non rispondere, rilasciando dichiarazioni spontanee, proprio come avevano fatto nei giorni scorsi gli stessi Santoro e Nicoletti per respingere i reati di tentata violenza privata e lesioni aggravate, con l’aggravante del metodo mafioso. Tutti e tre sono destinatari dell’ordinanza di custodia cautelare relativa all’inchiesta sugli alloggi popolari concessi in cambio di voti che conta 47 indagati. Il giorno dell’esecuzione, però, Pinto mancava “all’appello”: era irreperibile. Si è consegnato alle forze dell’ordine mercoledì.

Ai domiciliari nell’ambito della stessa inchiesta (condotta dai pubblici ministeri Roberta Licci e Massimiliano Carducci con gli uomini della Guardia di Finanza) sono finiti anche tre noti politici, Attilio Monosi, Luca Pasqualini e Antonio Torricelli, con accuse gravissime di associazione a delinquere dedita alla corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio, all’abuso d’ufficio, alla corruzione elettorale e a falsi in atto pubblico. I primi due hanno rassegnato le dimissioni (irrevocabili) dalla carica di consigliere comunale e sono stati sostituiti da Carmen Tessitore e Giordana Guerrieri.
 

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