Mistero di Mauro Martino, la famiglia non si arrende e chiede riapertura indagini

E' passato un anno dalla pubblicazione dell'articolo su LeccePrima, gli avvocati che difendono i Martino hanno presentato l'istanza per la richiesta di riapertura del caso

Mauro Martino, in una foto all'epoca dello scomparsa

LECCE – Quando, a maggio 2016, LeccePrima aprì uno squarcio nella memoria opacizzata della cronaca salentina, erano già trascorsi venti anni esatti dalla misteriosa scomparsa di Mauro Martino, l’uomo di San Donato di Lecce, ingoiato dal nulla umano, da un vortice di spietatezza mista a omertà, che non dà tregua a una famiglia composta da anziani genitori: attendono da ventuno anni. Ventuno. Ma anche chi ha parlato, a quanto pare, potrebbe non essere stato ascoltato a sufficienza. E’ proprio questa uno degli scenari sui quali fanno leva i legali della famiglia Martino, gli avvocati Federica Conte, Giorgio Giannaccari e Antonio  Portincasa, i primi due del Foro di Lecce, il terzo di Bari.

Ad ottobre scorso, cinque mesi dopo la pubblicazione dell’articolo da parte della nostra redazione, i difensori hanno richiesto alla Procura della Repubblica di Lecce la riapertura del caso. Hanno infatti protocollato l’istanza alla quale, al momento, nessuno ha ancora fornito una risposta. Chiedono alla magistratura inquirente di setacciare archivi e documenti nei quali, a parere degli avvocati, si nasconderebbero delle discrasie negli elementi dell’indagine. Contraddizioni che vanno approfondite, secondo la richiesta, con urgenza. E’ storia ben nota quella di fine marzo del 2005 quando un detenuto divenuto collaboratore di giustizia, Pantaleo Remo, fornì agli investigatori dettagli e indicazioni piuttosto particolareggiate sul luogo, e la modalità con la quale Mauro Martino sarebbe stato ammazzato (i dettagli sono contenuti nell'articolo correlato).

Il corpo, in realtà, non è mai stato trovato. Da quel pomeriggio di maggio del 1996, Mauro si allontanò a bordo della sua Fiat Croma, dopo aver soccorso il padre, rimasto con l’auto in panne, e da quel momento più nulla. Allora, ciò che si chiedono i famigliari, i rispettivi avvocati di fiducia e gli stessi abitanti della piccola comunità di San Donato di Lecce è: può essere sufficiente non aver rinvenuto il corpo, nel punto indicato dal pentito, per non considerare anche il resto delle sue dichiarazioni? Il fatto di non scovare un cadavere può essere sufficiente per interrompere, bloccare una indagine? Come dire: se c’è il corpo, c’è anche verità. Eppure, le cronache locali e nazionali dimostrano che non  è sempre così. Tutt’altro.

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Riaprire un caso, studiarlo da altre prospettive, puntare lo zoom su una serie di contraddizioni o risposte inevase, può servire a creare anche una sorta di pressione tra coloro che sanno e che, dopo 21 anni, continuano a non parlare. Quel collaboratore di giustizia,  del resto, fu determinato non soltanto sulle indicazioni del luogo dell’occultamento della salma (mai rinvenuta), ma anche su altri rapporti e contatti di Mauro nel periodo della scomparsa. Alcuni dei quali non proprio idilliaci, tanto da far riferimento a recenti litigi, all’epoca. La famiglia non si arrende, questo è sicuro. Il padre dello scomparso, ormai anziano e provato, chiede giustizia. O almeno punti fermi. Del resto, lasciare come irrisolto un simile caso, soltanto per un corpo nascosto o dissolto, potrebbe incoraggiare una simile condotta: come dire, l’importante è non far ritrovare il cadavere, in modo da restare impuniti.  I punti da chiarire, a detta degli avvocati, ci sono. Li avevamo già evidenziati e riportati nel precedente articolo. Il silenzio giudiziario, invece, sì di certo non smuove nulla. Né la verità, né la palude di dolore nella quale si dimena un’intera famiglia.

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