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Ferragosto di quiete prima di una campagna elettorale senza sorprese

Turisti in città, leccesi al mare, compresi gli amministratori. Tra pochi giorni parte la rincorsa: prima il referendum, poi le amministrative. E il centrodestra già gongola

Un giovane turista fotografa Santa Croce.

LECCE - Lambito da un vento in attenuazione, ma ancora prezioso per rendere gradevole la temperatura, nel giorno di ferragosto il centro storico di Lecce si presenta "sostenibile" come lo è poche volte. Il palco allestito per la tappa del festival della Notte della Taranta, che si è tenuta ieri sera, è quasi del tutto smontato, piazza Sant'Oronzo e le vie adiacenti sono state ripulite.

Per i locali che non possono permettersi vacanze fuori sede, nemmeno brevi, il 15 agosto è forse l'unica occasione di una fuga di massa verso il litorale, qualunque esso sia, a qualsiasi costo. In città resta sostanzialmente chi lavora, insieme alle comitive di stranieri e alle famiglie di turisti che, intuendo il rischio di esaurimento nervoso da spiaggia iperaffollata, preferiscono una passeggiata urbana.

Dunque ristoranti e bar quasi tutti aperti, così come le librerie e i negozi di souvenir, chiese visitabili secondo gli orari concordati (9-13; 16-20), saracinesche abbassate invece, per molte attività commerciali, com'è giusto che sia. Sarebbe auspicabile che anche i centri della grande distribuzione concedessero una giornata di meritato riposto ai propri dipendenti: le eccezioni ci sono, ma la regola è il no stop.

Chissà dove sono, oggi, gli amministratori locali. I leccesi hanno davanti mesi molto particolari, quelli che precedono le elezioni per il rinnovo del consiglio comunale, presidio del centrodestra da quasi venti anni. Il sindaco, raggiunto dai colleghi della carta stampata, rispetto alla sua successione non aggiunge nulla al già noto: in sintesi, questo il concetto, se tutti i pretedenti, Messuti e Monosi in primis, hanno diritto di candidatura, ancor meglio sarebbe se la scelta ricadesse su Marti o Congedo, per diverse ragioni a lui molto vicini.

Alla fine andrà così: colui che si dimostrerà il massimo comun denominatore tra le varie anime della coalizione, sarà il designato. E se ci dovessero essere primarie per la resistenza di qualche protagonista, non ci saranno sorprese.  Il referendum costituzionale di novembre, del resto, offre al centrodestra un'occasione strepitosa per rimettersi in sesto a livello nazionale: il presidente del Consiglio è riuscito a mettersi contro tutti, dalla sinistra radicale alla destra estrema, passando per pezzi del suo stesso partito secondo l'abituale costume del regolamento dei conti nel segreto dell'urna.

Con una batosta in autunno e un'altra in primavera, a livello amministrativo, la stagione delle riforme - di quelle vere e di quelle presunte, di quelle accettabili e di quelle sbagliate e regressive - diventerà solo una pratica da archiviare in fretta. Questo lo sa Perrone e lo sa anche il gruppo dirigente di Forza Italia che, non a caso, a Palazzo Carafa mantiene cordiali e proficui rapporti con l'inquilino: perché lanciarsi in una guerra fratricida quando gli avversari si stanno scavando da soli la fossa?

Nel centrosinistra che governa (con Alfano e soci), infatti, c'è molta confusione. Nella sinistra che tenta di riorganizzarsi fuori dal Pd non va tanto meglio, come al solito. Anzi, c'è invece il rischio dell'ennesima illusione, quella cioè che la vittoria del no al referendum possa da sola rivelarsi taumaturgica per rafforzare un soggetto, Sinistra Italiana, che fino ad oggi sta procedendo a vista, con pochi mezzi e forse già troppe ambizioni nel suo redivivo ceto dirigente. E capita così di constatare con un certa rassegnazione che alle affermazioni infelici del deputato Arcangelo Sannicandro - "come se fossimo lavoratori subordinati dell'ultima categoria dei metalmeccanici o di altre categorie" - a proposito degli stipendi dei parlamentari, non faccia seguito non tanto un dibattitto su quelle parole - inaccettabili al di là di ogni millimetrica contestualizzazione - ma un confronto serio, radicale, autocritico, sul perché le periferie, gli operai e i precari non votino che marginalmante coloro dai quali dovrebbero meglio sentirsi rappresentati all'insegna di politiche redistributive della ricchezza, strategie per un'occupazione stabile e dignitosa, programmi operativi per dare una casa a chi purtroppo non ce l'ha. 

A Lecce, periferia dell'impero che tende a scivolare costantemente in un pericoloso autocompiacimento barocco, tutta questa distanza è tangibile e moltiplicata perché investe completamente anche la parte governativa dello schieramento progressista, come dimostrano i dati elettorali che danno qualche segno di vitalità solo nei rioni centrali della città. Ha ragione Perrone da questo punto di vista (ma lo dice anche il consigliere Carlo Salvemini, suo acerrimo avversario): sostenere che il centrodestra vinca sempre solo grazie a un efficiente sistema di clientele è una lettura autoconsolatoria. Non perché non contenga elementi di verità storica e sostanziale - dovunque, non solo nel Mezzogiorno il potere, quando ha per troppo tempo lo stesso colore, diventa torbido -, ma perché è una spiegazione che non dice nulla sull'alternativa da proporre e sulle modalità di progettazione e di organizzazione di una città diversa. Forse perché, in fondo, non ci sono idee nè risorse umane capaci di disegnare un orizzonte più che un tavolo più o meno allargato di coalizione e oltre alla querelle su cosa venga prima, le primarie o il programma (l'uovo o la gallina?) di carne al fuoco se ne vede assai poca.

E allora non c'è da meravigliarsi se le parole più sensate e più acute saranno, anche quest'anno, quelle di monsignor Domenico D'Ambrosio, nella sua ultima allocuzione alla città, prevista il 24 agosto prossimo, giorno della processione per i santi patroni. Analisi sempre molto condivisibili le sue, anche da una prospettiva orgogliosamente laica. 

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