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Giacinto Leone, l’idealista che voleva grande il Salento. “Il suo ricordo resti vivo”

Ha fatto crescere l'Accademia di belle arti di Lecce e, da politico e assessore provinciale, ha lanciato idee innovative. Il racconto del figlio Davide, fra commozione e qualche nota polemica

LECCE – Studente appassionato, poi docente all’avanguardia e direttore illuminato dell’Accademia di belle arti di Lecce, ma anche politico visionario e amministratore pubblico energico, con un innamoramento ostinato per la sua terra, che non sempre ha saputo ricambiare.

Dieci anni or sono ci lasciava Giacinto Leone, ritenuto con voce unanime una delle massime espressioni nell’ambito della cultura e dell’impegno civico mai partorite da questa terra. Era il 3 dicembre del 2010. Aveva 61 anni. Fu stroncato da un infarto, ma assumeva medicinali da tempo, da quando era stato colpito dalla sindrome di Guillain-Barré. Intaccato nel fisico, non lo era mai stato nello spirito, rimasto quello indomito diviso fra l’idealista che guardava sempre avanti, al futuro, e il lavoratore indefesso e concreto nei gesti e nelle decisioni.

Su cinquant’anni di esistenza dell’Accademia a Lecce, Giacinto Leone ha dedicato trent’anni della sua vita. Eppure. “Eppure, nonostante abbia lasciato un segno così profondo su questo territorio, non è ricordato a sufficienza”. A parlare è uno dei figli, Davide, 41enne. Si divide nel lavoro fra call center e la professione di geometra, ha ereditato la passione per la politica, milita attivamente nel Partito democratico (il padre iniziò nel Pci e proseguì l’attivismo dopo la trasformazione in Pds) e segue anche battaglie sindacali.

Nessuno muore finché vive nel cuore di chi resta”, è apparso in un manifesto esposto in questi giorni a Palazzo Carafa, per ricordare il decennale della scomparsa di Giacinto Leone. “L’abbiamo fatto noi – spiega Davide, riferendosi alla sua famiglia -, proprio per dare un segnale”.

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Da qui inizia il racconto su un uomo che al Salento ha dedicato la sua intera esistenza. “Quello che non tutti conoscono di lui – racconta, a tale proposito, il figlio - è il legame forte, indissolubile che ha avuto con il territorio. Andato fuori, all’università, si laureò in Architettura a Firenze, in quattro anni e quattro mesi con 110 e lode e da lì a breve vinse la cattedra all’Istituto d’arte di Cantù. La tesi di laurea fu sulle masserie fortificate, argomento fino a quel momento ancora non affrontato. Ed era euforico, entusiasta, proprio perché amava raccontare il suo territorio. Dopo appena quattro mesi, a Cantù fu peraltro nominato vicepreside. Eppure, meno di due anni dopo, nonostante si fosse ben inserito, cosa non sempre facile per un meridionale, decise di tornare”.

Perché? “Perché, mi diceva spesso - prosegue Davide -, se noi andiamo via dal Sud, il Sud, poi, chi lo mantiene?”. Insomma, un azzardo, mollare il certo per l’incerto, seguendo l’istinto, facendo leva su un atto di amore. Ma andò proprio così. “E pensare – dice il figlio - che si era fatto conoscere politicamente pure lì, oltre che a Firenze, durante anni dell’università. Tant’è che gli proposero anche ruoli nel partito. Ma preferì tornare a Lecce, con mia madre. Stavano insieme da quando avevano 14 anni, prima compagni di scuola, poi di università. Storie d’altri tempi. Mia madre stessa si era inserita, come insegnante di ruolo, nella vicina Lecco. Insegnava disegno e storia dell’arte e solo dopo, tornata a Lecce, divenne psicopedagogista”.

“La sua forma mentis – prosegue Davide – era improntata verso la cultura. Riteneva che, prima di diventare un tecnico, si dovesse avere la conoscenza. Ed era stata una delle cose che gli avevano persino contestato, al nord. Arrivò a 23 anni – sorride Davide - come insegnante di ruolo e il suo assistente, che ne aveva 50, non concepiva alcuni aspetti della sua mentalità. Per lui era tutto progettazione, foglio, schizzo”. E allora, sembra proprio vero che continuiamo a mantenere vivo un filo diretto con la nostra discendenza magnogreca. Siamo filosofi, con la necessità di guardare sotto la superficie. “È la nostra storia”.

Tornato nel Salento, Giacinto Leone poco dopo entrò nell’Accademia di belle arti. “Accadde quando uscì un bando per metodologia della progettazione, che poi era materia connaturata al suo modo di ragionare. Guardava sempre avanti e portò questa mentalità in Accademia, come riconosciuto in seguito anche dalla classe politica locale. A Lecce divenne docente, dopo un anno passò di ruolo e continuò il percorso fin quando, una decina di anni dopo, fu nominato direttore. Al suo arrivo, l’Accademia esisteva da vent’anni, era ancora un piccolo ente. E mio padre sapeva perfettamente che eravamo in un’area periferica del sud Italia, ma questo non lo scoraggiò. Certo, avevamo espressioni artistiche importanti della tradizione locale, come la cartapesta, ma non potevamo rimanere ancorati solo a quello. Era convinto che bisognasse mettersi in competizione con altre Accademie, come Roma o Brera a Milano, avere una visione più ampia”. E per farlo, ci voleva una sana dose di coraggio.

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Davida ricorda bene gli anni più intensi. “In Accademia faceva le notti. Non tutto era rose e fiori e lui cercava di stemperare le situazioni che si venivano a creare. Come dissi già dieci anni fa, in un’intervista pubblicata quando morì, lui aveva questa mentalità improntata al guardare oltre. Voleva lanciare l’Accademia a livello nazionale, reggere il confronto non era semplice, vi erano anche degli scontri interni”. Ma i successi, alla fine, sono arrivati. Davide ne ricorda alcuni. “Vincere il premio di restauro nazionale riconosciuto dal Miur per due anni di fila, ma anche sapere che tanti ragazzi usciti dall’Accademia adesso sono riconosciuti oggi a livello internazionale. E poi, essere riuscito, insieme ad altre Accademie d’Italia, a entrare nel sistema dell’Alta formazione del Miur, l’aver scritto insieme ad altri, Lecce come capofila, il regolamento delle Accademie. E riuscire ad avere scambi culturali con l’estero”.

Fu, purtroppo, poco dopo il rientro da uno di questi, svoltosi in Tunisia, che gli fu diagnosticata la sindrome di Guillain-Barré. “Colpisce il sistema nervoso centrale a macchia di leopardo”, spiega il figlio. “Ci volle oltre un mese per la riabilitazione. Si riprese, ma andò avanti fino ai suoi ultimi giorni con medicinali. Gli è stata riconosciuta la morte per causa di servizio”.

Contemporaneamente all’insegnante e dirigente, c’era l’uomo impegnato, il politico di razza, seguace della vecchia scuola della formazione. “C’è un aneddoto che ricordo spesso, per spiegare quanto fossero importanti per lui i diritti”, racconta Davide. “Sono nato il 6 novembre del 1979, a mezzogiorno. Lui venne, mi guardò, ma subito andò a fare un comizio per il Pci per le case popolari. Perché all’epoca bisognava combattere per i diritti delle case popolari. Fra l’altro sarebbe stato, in seguito, anche presidente provinciale del Sunia”.

“Il politico – prosegue Davide - era un sognatore a tutti gli effetti. Un grandissimo idealista. Durante la prima amministrazione provinciale retta da Lorenzio Ria, caratterizzata da un grande fermento culturale, per intenderci, quella dal brand Salento d’Amare, fu nominato assessore e assunse le deleghe ai Trasporti e Lavori pubblici, le due bestie nere del Salento. E redisse un famoso piano dei trasporti, quello che prevedeva la metropolitana di superficie. Fu lui a inventare quella di Gallipoli. Per dirne un’altra, parlava del sistema ferro-gomma in un’epoca in cui era un concetto qui sconosciuto. Ricordo una poesia dei dipendenti della Provincia, il cui senso ultimo era quello di aver visto la luce dopo anni neri”.

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“Quando divenne assessore – aggiunge Davide – mio padre chiuse lo studio di architettura. Si staccò da coloro che non erano solo colleghi, ma amici, fin dalla scuola superiore, incrinando in parte anche rapporti datati. E questo perché nessuno potesse mai pensare a un interesse di parte, che il suo studio potesse prendere lavori”.

Un testardo idealista, con una visione a lungo termine che l’aveva portato a scontri, a volte, anche interni. “Era capitato che si fosse messo contro compagni di partito. Per esempio – ricorda Davide -, si era messo in testa di realizzare l’interporto a Lecce, che avrebbe portato posti di lavoro, valorizzato lo scalo di Surbo, trasformando Galatina in aeroporto civile, si sarebbero potenziati i porti di Otranto e Brindisi per il commercio. Avremmo avuto finanziamenti per le strade. Sarebbe stato un volano. Ma la Regione prese un’altra direzione e fu fatto a Manfredonia”. Non tutte le battaglie si vincono, ma l’importante è averci creduto. All’attività di assessore provinciale, fra l’altro, aveva associato nello stesso periodo anche quella di consigliere comunale a Palazzo Carafa. “Fu primo degli eletti alla pari di Adriana Poli Bortone, all’epoca una potenza. Capogruppo al Comune di Lecce per il Pds, fu fra coloro che, insieme all’allora assessore Sergio Ventura – ricorda Davide - chiusero il centro storico negli anni in cui sindaco era Stefano Salvemini”.

Quando morì, in tanti riconobbero lo spessore umano di Giacinto Leone. Anche chi si era trovato nel tempo dall’altra parte della barricata politica o, in funzione di un ruolo specifico, a dover accendere un faro sulla sua attività, cosa che sovente accade a chi si trova a gestire un potere. Davide Leone cita con particolare piacere Nando Dalla Chiesa che, da sottosegretario all’Università, pur non avendo alcuna conoscenza diretta del direttore dell’Accademia di belle arti, studiò esposti contro di lui per una fantomatica parentopoli, ritenendo le accuse assurde. O Raffaele Fitto, all’epoca ministro degli Affari regionali nel governo Berlusconi, che aveva vissuto con suo padre un’esperienza simile e che manifestò un cordoglio vero, sincero. “Nonostante gli opposti ideali, quando parlai con lui, vidi quel giorno l’uomo dietro il politico”, dice Davide. In questi giorni, si sono fatti sentire anche i vecchi compagni di tante battaglie, come Lorenzo Ria e Loredana Capone, così come tanti colleghi di lavoro l’hanno ricordato, nel decennale. Insomma, il ricordo c’è, è materia viva in tanti. Già.

Eppure. “Eppure, avrei voluto che gli avessero riconosciuto qualcosa di più, perché amante del Salento, papà ha combattuto concretamente per farlo emergere”, dice Davide, con sincero rammarico. “Papà è morto nel 2010, due anni dopo si celebrò il cinquantenario dell’Accademia. Furono premiati diversi politici, di centrodestra e centrosinistra, vere e proprie passerelle per tutti coloro che, in qualche modo, avevano contribuito a far crescere l’Accademia. Ma come mai Giacinto Leone non fu nemmeno nominato? All’Accademia ha donato la vita”.

Allora, un premio, una borsa di studio, una via o una piazza, meglio ancora, come suggerisce il figlio Davide, un luogo che sia contenitore culturale cittadino. Non merita forse un riconoscimento postumo e che duraturo, eterno, chi ha lasciato un segno ancora così vivo, tangibile, nel Salento? 

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