Sabato, 31 Luglio 2021
Cronaca

Finti manifesti funebri in città, le indagini nella mani della Dda

Prosegue a ritmo serrato l'attività investigativa sui cartelloni falsi affissi ieri, lungo le vie di Lecce, che annunciavano la morte di Davide Vadacca, il 31enne gambizzato nel mese di ottobre del 2012. Il fascicolo assegnato al sostituto procuratore Guglielmo Cataldi

Due dei manifesti affissi in città

LECCE – Sarà la Direzione distrettuale antimafia di Lecce a coordinare le indagini sul macabro ritrovamento dei finti manifesti che annunciano la morte di Davide Vadacca, il 31enne, balzato agli onori delle cronache il 30 ottobre del 2012, quando fu gambizzato con quattro colpi di pistola nell’area di servizio “Esso”, all’uscita di Lecce, in direzione di Brindisi. Il fascicolo assegnato al sostituto procuratore Guglielmo Cataldi (un magistrato che vanta una lunga esperienza e tanti successi nella lotta alla criminalità organizzata), dovrà fare luce su quello che, più che un macabri scherzo, ha l’aria di una vera e propria intimidazione. Inequivocabile, del resto, il testo delle locandine: “Tragicamente è venuto a mancare all’affetto dei suoi cari, Davide Vadacca, fu Pompilio. Ne danno il triste annuncio la moglie, il padre, la madre, la figlia ed i parenti tutti. Rimarrai sempre nu lurdu e infame”.

Le indagini, condotte dagli agenti di polizia della questura di Lecce, ruotano a 360 gradi, anche se fonti vicine agli ambienti giudiziari escludono che il 31enne possa aver mai intrapreso alcuna collaborazione con gli inquirenti. La figura di Vadacca è legata del resto, sotto il profilo giudiziario, solo all'operazione “Little Devil”, per cui è stato condannato nel 2011 ad un anno di reclusione. Di Vadacca (ritratto nella foto)  si torna a parlare la sera del 30 ottobre del 2012. Per quella sparatoria vengono arrestati Simone Francesco Corrado di 31 anni e Alessandro Sariconi 34enne, in un blitz congiunto dei carabinieri e degli uomini della squadra mobile della questura di Lecce. vadacca-3

Nei loro confronti gli investigatori eseguirono due ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse dal gip Cinzia Vergine su richiesta dei sostituti procuratori della Repubblica di Lecce Giuseppe Capoccia e Guglielmo Cataldi. Sariconi e Corrado (già coinvolto e poi assolto nell'operazione “Augusta”) finirono in carcere con l'accusa di lesioni gravi, per il ferimento di Vadacca, raggiunto alla gamba sinistra da quattro colpi di pistola calibro 22. Corrado fu poi scarcerato su disposizione del Tribunale del riesame, che ha accolse il ricorso e condivise la tesi difensiva dei suoi legali, gli avvocati Francesco Vergine e Francesco De Iaco.

La sera dell’agguato Vadacca aveva raggiunto la stazione di servizio in compagnia di Alessio Bellanova, poi fuggito. Si tratta della persona che si è accollata la proprietà dei 34 chili di marijuana trovati a San Cataldo nell’auto di Luca Dattis, arrestato dalla guardia di finanza. Ad incastrare i due presunti autori del ferimento sono state alcune testimonianze e le immagini registrate dalle telecamere di videosorveglianza, dalle quali gli investigatori hanno estrapolato elementi che, alla fine, hanno finito per stringere il cerchio attorno ai due leccesi. Ad impugnare la pistola, una calibro 22, sarebbe stato per sua stessa ammissione Sariconi. I due raccontarono, nel corso dell’interrogatorio di garanzia, che il ferimento di Vadacca era maturato nell’ambito di alcuni screzi legati a questioni di carattere sentimentale. Una storia di donne dunque, e non di sostanze stupefacenti. Una tesi che non ha convinto gli inquirenti.

Il ferimento del 30enne leccese aveva aperto una serie di attentati e rivendicazioni incrociati tra i gruppi rivali, che avrebbero voluto mettere le mani sul traffico di sostanze stupefacenti nel capoluogo. È in questo contesto che il Procuratore capo della Repubblica Cataldo Motta ha inserito la “guerra tra clan”, scoppiata dopo la gambizzazione di Vadacca che, interrogato dagli investigatori, avrebbe tentato di depistare le indagini fornendo una versione dei fatti completamente diversa.

Da quel giorno, infatti, si sono verificati una serie di attentati. Un vero botta e risposta: il 5 novembre fu dato alle fiamme un chiosco di frutta e verdura in via Monteroni, di cui è dipendente Alessandro Sariconi (che godeva di un permesso speciale per allontanarsi dalla sua abitazione, dov’era ristretto agli arresti domiciliari, proprio per recarsi al lavoro). L'undici novembre, invece, ignoti esplosero alcuni colpi di pistola contro l'abitazione di Vadacca. Il giorno successivo sei colpi di pistola furono indirizzati contro la saracinesca della palestra “Salento Fitness”, di proprietà di Alfredo Corrado, padre di Simone, che già in passato ha preso le distanze dal figlio. Un botta e risposta che aveva creato un certo allarme sociale nella popolazione, spaventata dal fatto che a Lecce “si fosse tornato a sparare”. 

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