Colpo alla Scu: droga ed estorsioni. Scatta il blitz, dieci arresti

L’operazione ribattezzata “Le Veneri”, come la grotta tra Parabita e Tuglie: quello il punto nevralgico di spaccio ed estorsioni del gruppo vicino alla Sacra Corona Unita. Il decimo indagato si trova in Germania

Un momento della conferenza stampa, a Gallipoli.

GALLIPOLI – La droga veniva chiamata in codice “turbina”, o “motosega". Altre volte ancora, “zappa”. Il “meccanico” indicava invece il fornitore dello stupefacente. I loro ricavi in denaro, temendo di incappare in intercettazioni telefoniche, preferivano nominarli come “i documenti”. Ma neppure il linguaggio criptico è bastato per sfuggire ai tentacoli della giustizia. Disarticolata un’associazione dedita ad affari criminali nel basso Salento: al vertice dell’organigramma, individui vicini alla Sacra Corona Unita, in particolare ai clan Giannelli di Parabita e Politi di Monteroni di Lecce.

All’alba di oggi sono infatti scattati dieci provvedimenti cautelari nel Gallipolino, emessi dal gip del Tribunale di Lecce, Simona Panzera, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia locale e del sostituto procuratore Carmen Ruggiero. Ne sono stati in realtà eseguiti nove – sei in carcere e tre ai domiciliari- poiché il decimo individuo coinvolto - Rosario Casarano, 43enne di Matino - si trova da circa tre mesi in Germania per motivi di lavoro: sarà raggiunto da un mandato d’arresto europeo. Ordinanze di custodia cautelare in carcere sono state disposte nei confronti di Giorgio Pio Bove, 34enne di Parabita, Salvatore Martello De Maria, 47enne residente a Tuglie, Antonio Manco, 32enne di Parabita, Giorgio Bove, 25enne residente a Matino, Cosimo Francone, 51enne di Tuglie, Metello Durante, 40enne residente a Tuglie. Arresti domiciliari invece per Addolorata Donadei, 31enne residente a Parabita e moglie di Giorgio Pio Bove, Valeria Manco, 29enne residente a Parabita e Michel Perdicchia, 30enne di Matino.

Il video: il comandante provinciale e il capo della compagnia di Gallipoli

Sono inoltre cinque gli indagati a piede libero, accusati degli stessi reati: si tratta di Gianluca Augusto Scarlino, 44enne residente a Matino, Andrea Maniglia, 45enne residente a Monteroni di Lecce, Giuseppe Imperiale, 32enne residente a Parabita, Antonio Giordano, 34enne residente a San Cesario di Lecce e Federica Fracasso, 28enne residente a Parabita. Sono stati i carabinieri del comando provinciale e i colleghi della compagnia di Gallipoli, guidata dal capitano Francesco Battaglia, a notificare i provvedimenti agli indagati. Questi ultimi sono accusati a vario titolo di associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga, detenzione e spaccio di stupefacenti ed estorsione aggravata dal metodo mafioso. A confermare l’operatività coesa del gruppo, organizzato in maniera verticistico, la cassa comune con tanto di tesoriere, le basi logistiche per stupefacenti e armi e lo stesso vocabolario “parallelo” utilizzato dall’associazione.

IMG_0323-3-4L’indagine è stata condotta dal Nucleo operativo della compagnia della Città Bella ed è stata ribattezzata “Le Veneri”, come l’omonima grotta in località Monaci, un noto sito archeologico preistorico tra Parabita, Matino e Tuglie, punto nevralgico degli affari dell’organizzazione criminale. All’alba di oggi, durante il blitz, sono stati sequestrati hashish, cocaina, armi e proiettili. Sono finiti nelle mani degli inquirenti centinaia di munizioni, oltre un chilogrammo di marjuana, sette etti di hashish e oltre un centinaio di grammi di cocaina.

L’attività investigativa dei militari gallipolini prende il via nel 2018 e si protrae fino all’anno successivo. Dodici mesi di intercettazioni, pedinamenti, accertamenti tecnici, ascolto di testimoni che cominciano nel mese di dicembre del 2018, a seguito dell’arresto di Giorgio Pio Bove, il 34enne di Parabita ritenuto il vertice del gruppo e affiliato al clan del boss della Sacra corona unita Luigi Giannelli.

Il giorno dell’arresto di due anni addietro, gli uomini dell’Arma hanno rinvenuto in casa di Bove una pistola semiautoamtica calibro 9, nascosta in un’intercapedine del frigorifero assieme a 236 munizioni di guerra. Il nome di Bove, noto per una condanna a nove anni nell’ambito del processo “Bamba” nel quale è stato ritenuto personaggio di spicco, è anche comparso durante un altro procedimento giudiziario: quello sull’omicidio di Peppino Basile.

A condurre gli inquirenti in direzione del nome di Bove come “coordinatore” e braccio del gruppo della Scu sul territorio, furono già le dichiarazioni rilasciate dall'ex boss Massimo Donadei, ora collaboratore di giustizia, che ammise l’affiliazione al clan  di Bove in una delle dichiarazioni verbalizzate dai carabinieri. Nello specifico, il 34enne di Parabita, sarebbe stato a capo del narcotraffico. Avendo trascorso un periodo in carcere, prima di essere sottoposto ai domiciliari e poi in regime di libertà, dall’interno dell’istituto penitenziario avrebbe impartito le disposizioni al resto dei componenti dell'organizzazione per mezzo della moglie, Addolorata Donadei (finita in manette nel blitz delle ultime ore.) A confermare il ruolo centrale della 31enne - come lo stesso comandante provinciale dell’Arma, il colonnello Paolo Dembech, ha sottolineato – i versamenti di denaro che gli affiliati effettuavano settimanalmente sul suo conto, tramite Martello De Maria. Quasi sempre, il ricavato di parte dell’attività di spaccio di droga veniva reimpiegato dal gruppo per sostenere economicamente la permanenza in carcere del loro leader, Bove appunto, garantendogli un buon tenore di vita.

Antonio Manco, già arrestato alla fine di marzo del 2019, perché trovato con oltre IMG-4137-2un etto di droga nell’auto, è stato ritenuto il rifornitore della cocaina pura, della quale il gruppo era solito approvvigionarsi da Monteroni di Lecce. Non essendo patentato, Manco avrebbe utilizzato a mo’ di corriere Casarano, destinatario anche lui del mandato d’arresto e attualmente domiciliato in Germania. L’organizzazione era solita cedere sostanza stupefacente anche a credito.

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È quanto hanno evidenziato le risultanze investigative, dopo mesi di indagini In alcuni casi, per riscuotere i crediti dagli acquirenti di droga, sarebbero stati utilizzati metodi tanto forti, da far scattare nei confronti degli indagati anche il capo di imputazione relativo alla estorsione aggravata. Per intimorire i tossicodipendenti, Manco avrebbe dichiaratamente vantato conoscenze negli ambienti della Sacra corona unita. Relazioni che, come hanno dimostrato i carabinieri di Gallipoli, non erano soltanto millantate. Era veramente così.

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