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L'inchiesta / Otranto

Nuovo rigetto per i Cariddi: respinta la richiesta di revoca, resta il divieto di dimora

Il tribunale non ha intravisto elementi nuovi per eliminare la misura per i due ex sindaci di Otranto. Non solo, ma sarebbe evidente il condizionamento politico degli stessi: citato come esempio anche il caso dell’assessora Rosati

OTRANTO – I fratelli Cariddi dovranno ancora restare lontani da Otranto e conseguentemente non potranno recarsi a lavoro nei rispettivi studi professionali: è l’effetto del nuovo rigetto da parte del tribunale di Lecce per le richieste avanzate, lo scorso 26 luglio, dai difensori dei due ex sindaci, finiti a processo per l’inchiesta denominata “Hydruntiade”, in cui l’accusa ipotizza un “sistema” di affari e una vera e propria associazione per delinquere finalizzata al compimento di vari reati contro la pubblica amministrazione. Accuse che i diretti interessati in prima persona e attraverso i propri legali (Gianluca D’Oria e Alessandro Dellorusso per Pierpaolo Cariddi, 57 anni, e Viola Messa e Michele Laforgia per Luciano, 55) hanno sempre respinto.

Nello specifico, il presidente della sezione feriale del tribunale di Lecce, Pietro Baffa, e i colleghi giudici, Luca Scuzzarella e Marco Marangio, hanno respinto la richiesta di revoca della misura coercitiva a cui sono sottoposti i due fratelli (dopo aver preso atto anche del parere contrario espresso dai pm, Elsa Valeria Mignone e Giorgia Villa, ndr), non riscontrando elementi nuovi per ritenere di dover affievolire o cessare le esigenze cautelari ravvisate dal Riesame nell’ordinanza del 7 aprile, con cui veniva rigettato l'appello avverso l'ordinanza emessa dal gip il 7 marzo 2023 e con cui veniva rigettata la richiesta di autorizzazione allo svolgimento di attività lavorativa nel comune di Otranto.

Il collegio giudicante, condividendo i provvedimenti del Riesame, ritiene che entrambi i fratelli Cariddi abbiano negli anni consolidato “una trama di rapporti con la comunità idruntina”, che ha loro consentito, oltre ad un largo consenso elettorale e a rivestire cariche politiche di vertice, “l'agevole perpetrazione di plurime condotte di reato, attualmente sottoposte al giudizio del tribunale”, che secondo le accuse formulate nelle imputazioni si sarebbero realizzate in una gestione “in forma associativa di attività speculative ed imprenditoriali più appetibili nel territorio di Otranto, caratterizzato da una notevole vocazione turistica e commerciale” e “interferendo ripetutamente sull'adozione dei piani urbanistici e sulle misure di salvaguardia del paesaggio rurale e costiero per agevolare interessi privati, pilotando le decisioni degli organi regionali”.

Un condizionamento politico-economico ancora evidente

Per i giudici, in sostanza, il potere dei Cariddi e il condizionamento sarebbe ancora forte. Su questo punto, il tribunale fa proprie le argomentazioni dell’accusa sul fatto che anche il cambio della compagine politica ed amministrativa di Otranto ed il trasferimento ad altri incarichi dei tecnici e funzionari, che operavano all'epoca oggetto di verifiche da parte dell’inchiesta, “rivestano una valenza assolutamente neutra al cospetto della caratura personale dei fratelli Cariddi nel tessuto ambientale di Otranto, connotata da una tentacolare ramificazione di interessi molto spesso declinatisi in lucrosi incarichi professionali, tanto in materia edilizia ed urbanistica quanto in materia commerciale e finanziaria”.

A riprova di questo convincimento del tribunale, si cita l’episodio verificatosi a capodanno 2023, in cui uno dei due ex sindaci, tornato libero dopo le misure cautelari, aveva radunato in pieno centro un nugole di persone, tra cui ex consiglieri comunali e altri co-indagati recandosi poi, nei giorni successivi, negli uffici municipali, fermandosi a colloquiare con funzionari e dirigenti in servizio, come evidenziato nei provvedimenti del Riesame. Ed è proprio per quel comportamento che ha portato il tribunale, ad aprile a confermare l'ordinanza con cui il gip aveva negato l'autorizzazione allo svolgimento di attività lavorativa nel comune di Otranto.

Secondo il tribunale, non va poi trascurato come, evidenziato dall’accusa, che, nell’attuale amministrazione faccia parte, col ruolo di assessore all'urbanistica, l’architetto Serena Rosati che, durante la gestione di Pierpaolo Cariddi, rivestiva la funzione di responsabile dell'Area ambiente “assunta con contratto diretto di natura strettamente fiduciaria”. Peraltro, sul nome della stessa professionista, si erano scatenate diverse polemiche proprio in funzione di quel rapporto fiduciale. 

La durata delle misure coercitive e l’esercizio della propria professione

Il tribunale chiarisce, col suo provvedimento, un ulteriore aspetto. Gli stessi legali dei Cariddi e i loro assistiti hanno evidenziato la lunghezza delle misure cautelari nei loro confronti (tre mesi di carcere, tre di domiciliari e diversi di divieto di dimora. Per i giudici, non può rivestire un argomento per interrompere le misure coercitive quello della valenza temporale: si richiama, in questo caso, a un “consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità con il quale si è più volte statuito che il solo decorso del tempo non può rappresentare, di per sé solo, un elemento di modifica e tanto più di caducazione delle esigenze cautelari”.

Quanto alla possibilità di espletare l’attività lavorativa, i giudici evidenziano che il divieto di dimora non neghi la possibilità ad entrambi gli imputati di “svolgere la propria professione nel luogo di attuale residenza o in qualsivoglia altra località diversa dal comune di Otranto” e che lo stesso non sia un “provvedimento interdittivo dallo svolgimento dell'attività professionale”.

Il processo

Com’è noto, lo scorso 31 maggio è arrivato il rinvio a giudizio da parte del gup Alessandra Sermarini per i due ex amministratori idruntini che dovranno difendersi nel processo, con rito ordinario, dalle accuse mosse dalla procura. Il processo a carico di Pierpaolo e Luciano Cariddi (e per gli altri imputati si aprirà) il 6 dicembre prossimo.

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